I GIGANTI DELLA MONTAGNA

di Luigi Pirandello
regia Gabriele Lavia

produzione Fondazione Teatro della Toscana in coproduzione con Teatro Stabile di Torino 

anteprima nazionale 

Insomma, i Titani fanno a pezzi Dioniso. Apollo (sguardo della Luce che riunisce nella Luce) prende i pezzi di Dioniso sbranato e, su un piccolo altarino di legno, li “riunisce”. I pastori (tragos), commossi, cantarono un’Ode piangente dando origine alla tragos-ode. La tragedia. Il teatro che conosciamo in tutto l’Occidente. Pirandello utilizzò sempre questo mito per il suo teatro. Nei Giganti avrebbe voluto svelarlo con la chiarezza della favola, appunto del “mito”. Invece, per destino, il dramma rimase incompiuto.

Nel nostro spettacolo, ancora tutto da fare, cioè nel “teatro della mente del regista”, tutta l’azione dovrebbe accadere dentro un “teatro distrutto”. “Pare vogliano costruirci qualcos’altro”. Uno stadio? Un cinema? (Ma ormai è improbabile)… Un centro commerciale? Forse uffici?… 

È qui che si vorrebbe rappresentare I Giganti della Montagna dell’amatissimo Pirandello. 

Ma il finale “non scritto” vorrei che fosse una speranza, meglio, una certezza laica, che “la poesia non può morire”. E allora i giovani attori che faranno il ruolo dei Fantocci nella “stanza delle apparizioni” e che sono i “fantocci-personaggi” de La favola del figlio cambiato, alla fine, sul proscenio di assi sconnesse, davanti a un povero sipario strappato, reciteranno tutta (sia pur ridottissima) La favola del figlio cambiato.

Per “fede nel teatro”… che… fateci pace!… non morirà mai… “finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.

Gabriele Lavia